Studi e interventi

L'insistenza come forma

Appunti sul Bevitore di Teomondo Scrofalo

Ermenegildo Pàstena

Da «Quaderni di Morra Scalone», 3, 1994, pp. 7-41. Testo ridotto dall’autore per la presente edizione.

Chi affronta per la prima volta l’opera di Teomondo Scrofalo prova di solito un fastidio, e il fastidio ha una forma precisa: quella della domanda perché sempre lui?. È una domanda legittima. È anche, a mio giudizio, la domanda sbagliata, perché presuppone che il pittore abbia scelto di ripetersi, e che dunque avrebbe potuto fare altrimenti. Tutto ciò che sappiamo di Scrofalo suggerisce il contrario.

Un soggetto senza alternative

Le fonti dell’Accademia napoletana descrivono un allievo che, messo davanti a una natura morta, dipinge un uomo. Non un uomo qualsiasi: un uomo seduto. Il Bevitore esiste dunque prima di Gennaro Ruocco, come necessità ancora priva di volto, e l’incontro del 1946 non inaugura una ricerca ma la conclude. Da quel giorno Scrofalo non cerca più niente. Possiede il suo soggetto nel senso in cui si possiede una malattia o una casa di famiglia: senza averlo scelto, e senza potersene liberare con un atto di volontà.

Per questa ragione trovo improprio il confronto, frequente nella pubblicistica, con le cattedrali di Monet o con le bottiglie di Morandi.1 Monet torna sulla facciata di Rouen per misurarvi la luce. Morandi interroga le sue bottiglie fino a svuotarle di ogni funzione. Scrofalo non misura e non interroga. Il suo Bevitore non è un pretesto per la pittura; è la pittura a essere un pretesto per il Bevitore, che altrimenti, possiamo supporre, non avrebbe avuto dove sedersi.

Il Bevitore
Il Bevitore, 1946
Olio su tela, 68 × 51 cm
TS 1946.001

Il bicchiere come soglia

Se nella tela il soggetto resta immobile per quarantacinque anni, il bicchiere invece cambia. È l’unico elemento del quadro dotato di una storia.

Nelle opere del periodo rubicondo il vino arriva sempre a un dito dall’orlo. Dopo il 1958, con la morte del modello, il livello comincia a scendere. Ho condotto una misurazione su un campione di centoquaranta tele, rapportando l’altezza del liquido a quella complessiva del bicchiere: la diminuzione media è di circa quattro millimetri l’anno, con una regolarità che nessuna intenzione cosciente potrebbe garantire.2 Il bicchiere funziona come una clessidra del lutto. Non mostra il tempo che passa: lo beve.

Il passaggio all’acqua, nel 1965, va letto in questa prospettiva. La critica di allora vi vide una resa alle ragioni del medico e della Lega antialcolica. Io vi vedo il primo atto di autonomia del soggetto, che rinuncia a ciò che lo definiva pur di restare in scena. Il Bevitore che beve acqua è ancora un bevitore? La tela risponde di sì, e lo fa con una tristezza che le opere precedenti non conoscevano.

La sostanza e la figura

Il periodo informale è stato liquidato come una concessione alla moda. Si tratta, al contrario, della conseguenza più rigorosa dell’intero percorso. Dopo aver ridotto il vino nel bicchiere e averlo tolto, il pittore compie l’unico passo ancora possibile: fa del vino la materia del quadro. Il soggetto non è più rappresentato mentre beve. È dipinto con ciò che beve.

Che queste opere tendano oggi a trasformarsi in aceto non costituisce, a mio avviso, un problema di conservazione, o non soltanto. È la loro forma di esistenza nel tempo, e il restauro che pretendesse di arrestarla ne tradirebbe il senso.

L’invenduto

Resta da dire delle aste. Non c’è pittore italiano del secondo Novecento la cui opera sia stata tanto vista e tanto poco desiderata. La coincidenza ha indotto molti a parlare di insuccesso. Propongo di parlare piuttosto di compimento: un’opera nata da un debito, pagata in natura a un oste e ripetuta per quarantacinque anni senza scopo commerciale trova nell’invenduto il proprio statuto naturale. Offerto milleduecento volte, il Bevitore non è mai stato aggiudicato perché non era in vendita, e forse non lo è mai stato.3

Scrofalo non ha lasciato scritti teorici. Ha lasciato 1.417 tele, un tavolo e un bicchiere. Sono, a guardarli bene, la stessa cosa.


  1. Il paragone ricorre già nella prima recensione della mostra avellinese del 1967 e da allora nella quasi totalità della letteratura divulgativa. ↩︎

  2. La misurazione è stata condotta sulle riproduzioni fotografiche raccolte dagli eredi Ruocco, in scala 1:1, con un calibro da sarto. I dati completi sono a disposizione presso l’autore. ↩︎

  3. Nota della redazione (2002). Nel 2001 l’Archivio ha stabilito che il dipinto offerto nelle vendite televisive non era un’opera di Scrofalo ma un falso (F 1983.001), derivato da una cartolina stampata al rovescio. Interpellato in proposito, l’autore ha preferito non modificare il testo, osservando che l’argomento «vale a maggior ragione». ↩︎