Studi e interventi

Il problema dei boccali

Clotilde Vanni-Rossetti

Da «Paragone Irpino», XII, 1998, pp. 55-60.

Al margine sinistro del primo Bevitore, appesi a due chiodi, ci sono due boccali di latta. Il bordo della tela li taglia appena: a ciascuno manca, dal lato del fondo, una striscia sottile, poco più di un’unghia di latta. Nessuno degli studi che ho potuto consultare si è chiesto che cosa ci facciano lì.

La risposta più semplice è anche la più probabile. I boccali appartengono all’arredo di qualsiasi osteria campana del dopoguerra, e il pittore li dipinse perché li aveva davanti, come la finestra e il tavolo. Nel 1946 Scrofalo non sapeva ancora di avere davanti a sé quarantacinque anni dello stesso quadro. Dipingeva quello che c’era.

Ermenegildo Pàstena, in una lettera alla Fondazione poi resa pubblica, ha respinto questa lettura come «riduttiva» e ha proposto di vedere nei boccali «gli unici recipienti della tela che nessuno ha mai riempito», dunque il controcanto vuoto del bicchiere, la sua possibilità negata. L’ipotesi è suggestiva. Mi permetto di osservare che si regge su un presupposto non dimostrato. Che i boccali siano vuoti si vede. Che nessuno li abbia mai riempiti, no: in un’osteria, un boccale appeso al chiodo è di solito un boccale già lavato.

Il dato che a me sembra decisivo è un altro. In tutte le tele del periodo rubicondo che ho potuto esaminare i boccali sono tagliati, e sempre di pochissimo, anche quando il formato cambia e il margine, in teoria, dovrebbe spostarsi. Basterebbe un centimetro di tela in più, o un chiodo piantato un centimetro più in là, per averli interi. Il pittore non lo concede mai. Per dodici anni ridipinge due oggetti che entrano nel quadro quasi del tutto, e mai del tutto. Credo che qui, più che nel bicchiere, vada cercata la vera questione dell’opera di Scrofalo: non ciò che si consuma, ma ciò che non riesce né a entrare né a uscire.

Su questo punto, mi risulta, il dibattito non è ancora cominciato.